La leggenda è pulita. Daniel Roth, trentotto anni, buttafuori, ultimo impiego a Milano, prima Bundeswehr. La Squadra Mobile ci ha lavorato quattro settimane. La indosso come un abito che quasi mi sta. Davanti al club Ruths a Milano c'è una coda che arriva fino all'angolo.
La proprietaria mi riceve nell'ufficio sopra la pista da ballo, dove il basso è solo un polso nel pavimento. Ruth. Nessun cognome sulla porta, nessuno nei nostri fascicoli che regga. Indossa un vestito nero senza gioielli e mi guarda come si legge un estratto conto.
«Offenbach», dice. «Quale club?» Lo dico. «Quello ha chiuso due anni fa.» – «Per questo sono qui.» Sorride. Non è un sorriso amichevole. È il sorriso di chi conosce già la battuta finale.
«Lei sta nel posto sbagliato», dice. «Un buttafuori non si mette con la schiena alla porta. Un poliziotto sì, perché sa che dietro di lui ci sono i colleghi.» Io sto con la schiena alla porta. Non mi giro. Sarebbe una confessione.
«Non so di cosa stia parlando.» – «Certo che no.» Apre un cassetto, tira fuori un contratto, lo spinge sul tavolo. «Comincia venerdì. Dodici euro l'ora, più quello che ti danno i clienti. Stai alla porta della zona VIP.»
Guardo il contratto. Mi assume. Sa cosa sono e mi assume, e non so se è un errore o una trappola o una terza cosa che non sta in nessun manuale di formazione.
«E perché?», chiedo. Ruth si appoggia allo schienale. «Perché mi piace sapere chi mi osserva», dice. «E perché sei il primo che non ha mentito subito quando gli ho chiesto se mente.» Mi porge la penna. La sua mano è perfettamente ferma.



