Il cassetto del secretaire di mia zia si apre solo quando lo aiuto con l'apriletere. Dentro: niente gioielli, niente foto, ma lettere, legate con un nastro grigio. Quarant'anni, le prime. Tutte allo stesso nome. Fratello Anselmo, Monastero di Marienthal.
Leggo solo la prima. Basta per sapere che mia zia non aveva una vita, ma due, e che ne ha nascosta una a tutti, anche a me.
Il monastero dista venti minuti a piedi dietro la canonica. Ci vado perché non so dove altro andare con le lettere. Suono al portone. Non apre l'uomo anziano che mi aspetto.
«Fratello Gabriel», dice. «Gestisco l'archivio.» È più giovane di me, forse, o della mia età, con mani che sembrano fatte per tenere molto e lasciar andare poco. Vede il fagotto nella mia mano, e qualcosa nel suo volto si fa immobile.
«Fratello Anselmo non riceve nessuno», dice. «È molto anziano.» – «Non voglio niente da lui. Voglio restituirgli qualcosa.» Gabriel guarda il nastro grigio. «Allora dia a me.»
Non glielo do. Non so perché. Forse perché lo vuole troppo. «Le hai lette», dice a bassa voce. Non è una domanda. Annuisco. «Allora sai che qui nessuno può leggerle.»
Si scosta e mi tiene aperto il cancelletto. Non dentro il monastero, solo nel cortile, dove c'è una fontana e la sera è già sospesa tra gli alberi. «Tra tre settimane emetto i voti», dice, senza che io abbia chiesto. «Fino ad allora ho tempo.»






