I fascicoli sono sul tavolino da caffè, dove sono ogni giovedì. Robert li ha portati, come ogni giovedì, ha appeso il cappotto allo schienale della sedia, come ogni giovedì. Undici mesi. Potrei regolare l'orologio su di lui.
«L'udienza è stata rinviata», dice. «Di nuovo.» Annuisco. Ho smesso di segnare le date. Mio marito è in custodia cautelare, e la sua difesa è l'unica persona che entra ancora dalla mia porta senza telecamera.
Le tende sono chiuse da quando è uscita la foto sul giornale. La vicina di fronte ha un nuovo binocolo, lo so perché ne ho uno anch'io. Robert conosce il gioco. Parcheggia due strade più in là.
Oggi non si siede sulla sedia, ma sul divano, all'altra estremità. Non apre il fascicolo. «Sylvie», dice, «come stai?» Non: Come va con il caso. Non: Tieni duro. Io.
Non ho risposta. Trentotto anni, e non so più come sto, perché per undici mesi nessuno me l'ha chiesto. Rido, brevemente, e suona falso, e lui aspetta che passi.
«Ieri sono stata due ore al supermercato», dico, «perché non sapevo per quante persone fare la spesa.» Robert annuisce come se si fosse aspettato proprio questo. «Cucini per due», dice. «Ho visto i piatti.»
Non resta un'ora in più. Ne resta due. Quando prende il cappotto, è buio, e si ferma sulla porta, con la schiena verso di me. «Giovedì prossimo non porto fascicoli», dice. Poi se ne va, e io resto nell'ingresso e sento la sua macchina accendersi due strade più in là.



