La chiave si inceppa, come ha sempre fatto. Appoggio la spalla al legno e la porta della villa si apre su un corridoio che odora di cera e di mio padre. Due anni che non venivo qui. Lui è morto da sei settimane.
«Potevi chiamare.» Vivien è in cima alle scale, a piedi nudi, un bicchiere d'acqua in mano. Trentotto anni, undici più di me, e nella mia testa è sempre stata la donna che ce lo ha portato via.
«Ho una chiave», dico. «Non ho bisogno di permesso.» Lei annuisce, come se avesse aspettato proprio quella frase, e scende i gradini senza guardarmi.
Nella biblioteca c'è ancora la sua poltrona. Vivien resta sulla porta, io non mi siedo. Tra di noi c'è il tappeto su cui giocavo da bambina, e all'improvviso è molto largo. Odora di fumo di sigaro freddo, che da settimane non appartiene più a nessuno.
«Il notaio arriva giovedì», dice. «Fino ad allora la casa è di entrambi.» Di entrambi. Dice la parola come un dato di fatto, non come un'imposizione.
Sulla scrivania c'è una busta con il mio nome, nella calligrafia di mio padre. Conosco la scrittura, conosco l'inclinazione delle lettere. Non conosco il motivo per cui Vivien non l'ha aperta.
«Non l'ho letta», dice, come se potesse sentire i miei pensieri. «Volevo che tu fossi presente.» È ancora sulla porta. Sembra stanca, e per la prima volta la guardo senza odiarla.



