Il pass è pulito, le pentole sono fredde, e l'uomo che ieri era ancora chef sta fuori in strada con un cartone. L'ho visto andarsene dalla finestra. Poi Vivienne entra attraverso la porta a battente, da sola, in un cappotto che costa più del mio mese.
«Karim.» Conosce il mio nome. L'investitrice di solito conosce solo numeri. «Da oggi lei è chef.» Nessun colloquio preliminare, nessuna stretta di mano. Appoggia un contratto sul pass, lì dove di solito stanno i piatti.
«Sono sous-chef.» – «Lo era. Fino a quattro minuti fa.» Guarda l'orologio, come se avesse cronometrato. «Il suo stipendio raddoppia. Il suo nome sarà sul menu da lunedì. Tra tre settimane arriva il critico che ci ha dato la stella, e controllerà se la meritiamo ancora.»
Ho trentaquattro anni. Ho passato dodici anni in cucina, a Lione, a Copenaghen, qui a Genova. Ho imparato cosa si dice a una donna che ti guarda così, e non lo dico. «E se lui lo prende?» – «Allora non lo meritavi.»
Attraversa la mia cucina come se fosse sua. Lo è, sulla carta. Apre la cella frigorifera, guarda dentro, la chiude. Prende un cucchiaio dal fondo che faccio bollire dalle sei, e assaggia senza chiedere. La guardo, e all'improvviso la cucina è molto piccola.
«Troppo sale», dice. «No», dico io. Mi guarda. È la prima volta che qualcuno in questa casa le dice di no, lo vedo dalla sua pausa. «Mi contraddice?» – «Nella mia cucina. Sì.»
Vivienne appoggia il cucchiaio. Lentamente. «Bene», dice. «Tre settimane. Lei cucina, io sarò qui ogni sera. Voglio vedere se regge quel no.» Firma il contratto per prima e lo spinge verso di me.



