Il contratto ha undici pagine, e nove parlano di silenzio. Chi scrive il testo, nessuno lo dice. Chi trova la melodia, nessuno lo dice. Firma perché lo faccio da anni, e perché i soldi bastano per non pensare all'affitto per un anno.
La casa di campagna è a un'ora da tutto. Lo studio è in cantina, con tappeti alle pareti e una chitarra che sembra aver vissuto più di me. Nick Rivers è seduto per terra, non sulla sedia, e alza lo sguardo quando entro.
«Sei Romy.» – «Sono quella che non esiste.» Lui ride, rauco, una risata che si conosce dai dischi e che dal vivo suona molto più stanca. «Allora siamo già in due.»
L'etichetta vuole un comeback. Lui, credo, vuole solo dormire. Sul tavolo ci sono fogli con versi iniziati, tutti cancellati. Ne leggo uno che non è cancellato. È buono. È troppo buono per darlo a un pubblico.
«Quello no», dice quando vede cosa leggo. «Quello non è per l'album.» – «Per chi allora?» Mi prende il foglio di mano, lo piega, se lo mette in tasca. «Non lo so ancora.»
Lavoriamo fino alle tre. Lui canta piano, io scrivo, litighiamo per una parola nella seconda strofa, e a un certo punto non è più seduto per terra, ma accanto a me sul divano, la chitarra tra di noi come un argomento.
«Canta tu», dice all'improvviso. «Solo la riga. Voglio sentire come suona quando qualcuno la pensa davvero.» Non canto mai davanti agli altri. Non è in nessun contratto, ma è la regola con cui vivo. Lui aspetta. La chitarra vibra ancora.
